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TUTT’ ‘E COSE

12 luglio 2010

Intervista con James Brett, colui che ha fondato e dirige il Museo di tutte le cosein quel di Londra. 1.000 metri quadri per 200 opere. Il filo rosso? La cosiddetta “outsider art”. Ora in mostra a Torino.

“Ti dirò un segreto: se chiami un luogo museo, finirà per esserlo. Se parli di qualcosa come fosse reale, lo diventerà”. The Museum of Everything: un tempo caseificio, poi studio di registrazione, ora “museo di tutte le cose”. 1.000 mq suppergiù, oltre 200 opere ad abitarli, tutte o quasi di artisti che artisti consapevolmente non sono.

È l’unico spazio espositivo pubblico – a Londra come nel mondo – interamente dedicato all’outsider art, produzione marginale, autodidatta, non convenzionale, che poco condivide con i circuiti creativi e distributivi dell’arte mainstream. La quale, “per fare un’analogia, è molto più vicina al teatro amatoriale che al recitare. Una compagnia amatoriale si educa, perfeziona ed esibisce dichiaratamente in funzione di un pubblico; la recitazione pura è altra cosa, è espressione urgente e spontanea di un bisogno di comunicare. Prescinde da qualunque corso serale di teatro. Si fa di pancia, e basta”.

A parlare è James Brett, fondatore e deus ex machina del progetto The Museum of Everything, creatura museale tanto naïf quanto drastica nel dare nuova forma alla nozione di museo d’arte contemporanea: “Il punto è che il 90% dei lavori qui esposti non è fatto per il mercato, è fatto perché doveva essere fatto. L’artista migliore fa arte perché questa deve essere fatta.Non so come funzioni in Italia, ma qui a Londra l’artista è estremamente conscio della propria audience e il dialogo con il mercato è parte integrante dell’arte che produce. Damien Hirst, i fratelli Chapman, Tracey Emin, tutti loro hanno una conversazione diretta con chiunque si confronti con il loro lavoro; niente di più remoto per gli artisti in mostra al Museum”.

Tutto questo ha inizio anni or sono con l’acquisto accidentale di alcuniartwork – non proprio esemplari d’arte contemporanea – destinati alla collezione privata di Brett, cui rinomatamente “non piace mai niente”. Lentamente prende forma l’idea di farne materiale d’esposizione per un pubblico più ampio.

Precipitosamente il concept diviene sostanza: tre mesi concludono l’allestimento. Due le ragioni. L’arte contemporanea avrebbe altre sembianze se, tanto sfacciata, non avesse attinto a opere e motivi di detta secret art: le bambole eroticamente mozzate di Cindy Sherman rendono grazie alle ceramiche di Morton Bartlett, che fu scultore, sarto e ritrattista del suo immaginario familiare privato, popolato da mannequin in pre-adolescenza. Altrettanta devozione professano gli acquerelli di Marcel Dzama per ifairytale pastello di Henry Darger.

E la gente dovrebbe saperlo: “Molti dei lavori selezionati – poco rintracciabili altrove – sono parte di una categoria disomogenea rispetto a quella canonica di arte contemporanea, e questo fa sì che se ne sia diffusamente all’oscuro. Perciò il Museum vuol essere primariamente un concetto, costruito sull’idea che qualunque cosa possa essere inclusa ed esibita nell’ambito di una crociata di eliminazione delle categorie tradizionali d’appartenenza artistica”.

A tale scopo la convenzione con Frieze Art Fair 2009 e il richiamo all’ordine di curatori inconsueti: “Volendo congiungere il progetto al mercato d’arte contemporanea, ho chiesto ad artisti e addetti ai lavori che ne compongono le fila di valutare la collezione e spenderci due parole”.

Così, su lapidario suggerimento di Ed Ruscha e Nick Cave e Arnulf Raineret similia sono accorse 25mila persone in tre mesi, 25mila avventori che assalgono voraci una exhibition fatta di artisti universalmente sconosciuti. O quasi. Tutti selezionati con un criterio stentatamente machiavellico: “Semplicemente perché ci piacciono. E nonostante alcuni non siano certo tra i miei preferiti, c’è qualcosa di eccezionale che li riguarda. È sempre stata ferma la volontà di includere uno o due artisti più rinomati – è il caso di Darger – purché fossero discreti nell’integrarsi in un group show organico, compatto, idealmente anonimo”.

Autoritratti di ingenuità guerrafondaia, mementi di tragedie, Myrninerest lo spirito guida, ex-mogli promiscue da disegnare, numeri e ancora numeri. Parafrasando: gli artisti Alexander Lobanov, George Widener, Madge Gill, Alfred Jensen, Prophet Royal Robertson, altri e altri ancora.

James Brett ha origini da regista, parla di amore senza senno per l’Art Brut diCarlo Zinelli e governa il Museum “come se fosse un film: i momenti strutturali essenziali sono inizio ed epilogo, sicché il percorso fisico dell’esposizione preleva il pubblico, lo conduce altrove e infine lo restituisce a se stesso”. Oppure al minuscolo bookshop, ove campeggiano cataloghi e feticci-opera di Marc Jacobs a favore del Creative Growth Centre di Berkeley.

The Museum of Everything ora s’è messo in viaggio, per un iter di presentazioni europee in via di definizione e che in Italia, a Torino, ha ricevuto battesimo: la Pinacoteca Agnelli dà alloggio all’exhibition londinese, “perché sai, prima di avviare un progetto se ne valuta il potenziale riscontro; ebbene, ogni nostra verosimile attesa stata travolta. La Pinacoteca aveva già manifestato interesse a esportare lo show in precedenza, quando l’idea di renderlo itinerante sembrava ancora mancare di concretezza. Adesso perché esitare?”.

Brett confessa un amore datato 2007 per l’istituzione torinese. A muoverlo il vernissage della rassegna Why Africa?: “Ero impressionato dalle scelte espositive, impressionato dalla collezione permanente, impressionato da chi ne era artefice. La mostra e il suo contesto mi hanno scortato a lungo, tanto da aver sempre immaginato che se il Museum fosse andato all’estero, è qui che avrebbe per primo albergato”.

E poi l’Italia di queste cose è povera, la tradizione è un’ingombrante signora e ai dettami di un’arte severa James Brett obietta: “Le cose migliori sono quelle che generano libertà. Al Museum ho preteso che non vigesse alcuna regola, affinché il pubblico si privasse di ogni vizio prospettico o valutativo; la stessa ambizione avrà la Pinacoteca, nonostante la struttura formale dell’exhibition muterà parzialmente in relazione alle necessità del luogo”.

Se a Londra lo spazio espositivo preesistente ha sillabato autorevolmente su cosa fare delle opere, a governare Torino è invece la piena autonomia di costruirne integralmente uno. Purché riesca nell’intento: “Il ciclo vitale culturale e sociale in cui l’umanità si trova sta approdando a un momento storico in cui la gente per delle mere idee non spende più. Credo che il regno dell’arte concettuale stia disperdendosi. E credo che, fiduciosamente, ci stiamo avviando verso qualcosa di più emotivo: l’arte che il Museum propone è un feroce vettore di emozioni, tanto che il pubblico in visita ci congeda sorridendo. La ragione per cui voglio che la gente conosca questi lavori è che tutti possono realizzarli. L’arte non è riservata a chi la produce, è creatività ed espressione, la maniera più valida e vitale di manifestarsi: dunque non è questione di volersi ascrivere dal macrocosmo commerciale, è tutto l’intento a differire. Questa arte è fatta privatamente, per se stessi nella forma di diario. Per nessun altro. E questa è l’arte che mi piace, dove troneggiano anonimato e scoperta, i cui artisti muoiono in sordina o spesso vivono nella disabilità fisica e mentale. La domanda è: sanno di stare creando un’opera d’arte? E qui le cose si complicano”.

Qui le cose si complicano, in effetti.

Fonte: Exibart

Link utili: Museum Of Everything Pinacoteca Agnelli

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