Archive for luglio 2010

ROBERT MAPPLETHORPE

12 luglio 2010

NEWS OF THE WEEK

Influenzato dall’amico John McEndry, curatore della sezione grafica di stampa e fotografia del Metropolitan Museum of Art di New York, Robert Mapplethorpe comincia ad interessarsi a questa arte ed a collezionare vecchie fotografie. Nel 1972 inizia a scattare le sue prime fotografie con una Polaroid, mezzo che gli consente di creare un rapporto più intimo e diretto con i soggetti e le scene rappresentate.

Le immagini catturano atti di un tempo come bloccato, fissato, in cui i soggetti non vengono costretti in posa ma incoraggiati ad incontrarsi con l’obiettivo della macchina con estrema familiarità. I primi scatti sono autoritratti e ritratti dell’artista amica Patti Smith, con la quale si era trasferito a vivere all’interno dell’oggi leggendario Chelsea Hotel di Manhattan. Seguono poi scatti di amici e conoscenti: artisti, compositori, attori pornografici ed omosessuali, che suscitano scalpore, tradendo lo sguardo libero con cui l’artista tematizza erotismo e omosessualità.

Il grande e trasgressivo fotografo americano è riuscito a creare soprattutto negli ultimi 15 anni della sua vita, un mondo di persone e oggetti che esprimono la sua costante ricerca della Bellezza. Il suo rigoroso bianco e nero identifica forme che si collocano nello spazio con un’eccezionale naturalezza. Il corpo nudo maschile è il pretesto per una ricognizione sulla forma, sulle sue infinite possibilità. La fotografia molto morbida sembra accarezzare la pelle dei modelli creando degli esempi di perfezione. Lo stesso contrasto tra il bianco e nero si arricchisce delle tonalità di grigi che rende la superficie dei soggetti quasi tattile.

In questa prospettiva si apre una visione di grande semplicità e chiarezza. Il senso della vita è la Forma. Tutto può essere riassorbito in questa, perché è la sola strada verso la Bellezza.

Link Utili: Robert Mapplethorpe

Attack Foligno! Foligno Attack!

12 luglio 2010

Ogni cosa ha il suo tempo e il suo spazio e il suo senso e il suo credo e la sua coerenza.

Attack trova il tempo da dedicare ad una filosofia che guarda l’arte dalla prospettiva più urbana.

Apre lo spazio all’espressione svincolata dai mercati.

Illustra e spiega il senso del comunicare in forme umili, impertinenti, maestose.

Crede nelle azioni intraprendenti.

Agisce considerando gli elementi fondamentali.

L’uomo.

La città.

Il dialogo.

L’arte.

Lassociazione culturale AtTack di Foligno, continua la promozione dellarte urbana nella propria cittadina. Iniziato questo interessante connubio nel novembre 2009 con il primo intervento eseguito dallartista Ericailcane, presso il sottopassaggio delle condotte ai bordi del centro storico, continuato con un breve fuori-luogo presso il comune di Scheggino con Run nel Marzo 2010, anche per aumentare la sensibilità negli abitanti di zone limitrofe, si è proseguito con Dem, intervenuto in città a Maggio 2010, con la realizzazione della sua opera nel sottopasso delle condotte nella parete antistante allopera di Ericailcane. Ora nel Luglio 2010 è stato invitato 108, artista caratterizzato dallastratto e dal surreale che si discosta per certi versi dagli altri appartenenti a questa corrente artisti! ca. Egli sarà impegnato in una due giorni in cui realizzerà brevi interventi intorno la cittadina folignate, per poi concludere il 16 Luglio nella performance presso la galleria DADA in via Benaducci 15, in collaborazione con altri due giovani artisti, Achille e Davide Barca.

Il 15 e il 16 Luglio a Foligno.

OPEN WOUND – Festival di fotogiornalismo

12 luglio 2010

Sei giorni interamente dedicati alla fotografia documentaria durante i quali si terranno concerti, mostre, workshops, performance. Verranno realizzate iniziative che coinvolgeranno tutti gli appassionati , dagli operatori di settore ai puri amanti dell’arte fotografica. Nell’ambito degli eventi culturali promossi dall’Amministrazione, quello di maggior rilevanza è sicuramente “Santo Stefano al Mare Il Borgo della Fotografia” che dal 28 al 31 maggio 2010 ha trasformato il paese in un laboratorio delle arti visive e in un centro di ricerca di sperimentazione di tutte le forme artistiche applicabili alla fotografia dando il via ad un progetto annuale a sostegno della arte fotografica nella Liguria di Ponente. Open Wound Festival di fotogiornalismo ospiterà importanti mostre fotografiche tra le quali:

“Gomorra On Set”. Immagini di Mario Spada. Dopo il romanzo di Roberto Saviano e la versione cinematografica di Matteo Garrone, in mostra, le fotografie di scena del celebre film.

In collaborazione con Postcart edizioni di Claudio Corrivetti. “Donne”. Immagini di Franco Fontana. Allestimento On-Air nel centro storico delle opere tratte dal libro “Donne”. Omaggio all’universo femminile del celebre fotografo italiano. Franco Fontana, famoso nel mondo per i suoi paesaggi rigorosi e geometrici, lascia la sua impronta attraverso il ritratto. Anche i volti sono paesaggi in cui la luce brilla o si nasconde, in cui rivela o adombra e quei volti portano il segno delle stagioni, proprio come le colline e le valli e i campi coltivati: il sigillo del ghiaccio o del sole, il soffio della primavera e i toni caldi ed estuanti dell’autunno perchè nel volto di una donna c’è la vita con tutte le sue vicende.

“Ferita Armena”. Immagini di Antonella Monzoni, eletta autrice dell’anno 2010 dalla FIAF e vincitrice di numerosi premi, narra attraverso i suoi luoghi, la sua ritualità e la sua gente, la tormentata storia di una terra (L’Armenia) che dal 1915 alla fine degli anni Ottanta, è stata vittima di un genocidio ed una guerra intestina, della diaspora, dell’occupazione sovietica e del terribile terremoto del 1988. Mostre itineranti nei locali del centro storico. Nel centro storico sarà possibile visitare numerose altre esposizioni collettive, tra quelle di spicco” 100 scatti in musica” proveniente da Sanremo Off, eventi collaterali al Festival della Canzone Italiana, diretto da Pepi Morgia, “Refugees, Immagini dalla Serbia” di Raffaella Sottile, “Ex Ospedale Psichiatrico di Racconigi” di Michele Giordana, sviluppate in un percorso itinerante nelle vie cittadine, all’interno dei locali commerciali. Backstage musicali, immagini di spettacolo, moda e reportage sociale.

“Fotogiornalismo sotto le stelle”.

La serata del 30 luglio sarà interamente dedicata alla videoproiezione di slide in motion e video-documentari. In apertura

Don Andrea Gallo “Io cammino con gli ultimi” una raccolta di immagini tratte dai comizi, i viaggi e gli incontri di DON ANDREA GALLO. Il prete da marciapiede insiste sui temi a lui cari: il rispetto per gli ultimi, il diritto alla non sofferenza, l’uguaglianza, l’accettazione delle diversità, i limiti dei leader politici e dei partiti con uno stile asciutto che mischia sapientemente ironia e lucida analisi, Don Andrea Gallo a 82 anni è ancora in trincea nella difesa degli emarginati di ogni razza, sesso, colore e credo religioso. Con l’intervento di Roy Paci, Manu Chao, Tonino Carotone, Cisco e tanti amici che nel tempo hanno camminato con il “Don”. E ancora, il nuovo libro dello scrittore Federico Traversa che racconta un anno di intense esperienze al seguito di Don Gallo.

27 luglio al 1° agosto Santo Stefano al Mare [IM]

Link Utili: OPEN WOUND

Username CMYK

12 luglio 2010

CMYK è il titolo del primo evento con cui Username presenta al pubblico la sua attività. Lo spazio si snoda tra tre installazioni pensate come omaggio a tre maestri dell’arte contemporanea. La citazione delle mostre che nel corso degli anni ’70 ed ’80 hanno scosso le coscienze del pubblico napoletano producendo un’accelerazione dei processi e delle contaminazioni delle arti, oltre che l’uso stesso della citazione, si costituiscono come il manifesto del gruppo. In ideale continuità con ciò che la città ha prodotto negli anni, Username presenta il programma di attività e il progetto costitutivo. Si dichiara come luogo di dibattito aperto alla collaborazione con le energie attive in città. Si offre come spazio laboratoriale, più che semplicemente espositivo, dove attivare una riflessione che mette l’accento sul processo di produzione nella contaminazione dei linguaggi disciplinari grazie alla connessione di professionalità differenti.

L’evento inaugurale, con l’omaggio agli artisti e il tributo al sistema delle mostre, ricombina le immagini divenute ormai icone dell’arte a Napoli producendo un nuovo significato. Così propone una modalità d’azione che suggerisce l’analisi dei processi linguistici non destinata però ad una nuova formalizzazione ma che alimenta un continuo movimento di idee. Citazione dell’azione di Cèsar “Espansione”, presso il Centro di Dina Carola nel 1971, l’ azione CMYK , che dà il nome all’evento inaugurale, prolifera nella prima stanza e assurge a ruolo di logo del programma dell’associazione.

I colori dilagano nella stanza, aumentano di volume ed entrano nello spazio del visitatore coinvolgendolo nel processo che l’arte istituisce.

Nella seconda stanza, centro operativo del laboratorio, l’omaggio è ad Haim Steinbach, alle sue mensole dal gusto minimalista e alla riflessione sulla natura dell’arte come merce. Gli oggetti esposti sulle mensole lucide nel 1987 alla galleria di Lia Rumma sono stati sostituiti con i progetti dei lavori realizzati dagli associati già iscritti al corso del professore Sgambati all’ Accademia di Belle Arti di Napoli.

Gli oggetti sulle mensole sono visualizzazioni di ciò che, seguendo pedissequamente le istruzioni contenute nel plico, il consumatore-nuova figura che fa eco al collezionista nell odierna condizione di mercificazione a cui è sottoposto il reale-potrà comporre e realizzare proprio a casa sua.

L’ esperienza estetica standardizzata in un format, e per questo ripetibile, scaturisce sempre dalla ricerca di un gesto minimo comune a tutti. La mensola specchiante viene trasformata dalla citazione in uno scaffale da supermercato in cartone accelerando l’ originaria riflessione sulla natura dell’ arte/merce che Steinbach ha condotto fin dall esordio, e che ha condiviso con un folto gruppo d artisti negli anni 80. Nell’ ultima stanza la citazione del segno di Nino Longobardi a Terrae Motus (Villa Campolieto, 1984) corre lungo i muri nei volti degli associati, appena accennati e disegnati a carboncino. Il living space raccoglie tutte le diverse tracce del complesso progetto di Username mettendo in mostra il nucleo centrale del programma artistico del gruppo: la riflessione sulla crisi del soggetto e la proposta di rifondarlo a partire dalla moltitudine più che dal singolo. L’ impossibilità di far fronte alla comunicazione di massa con le istanze del singolo e l’ impossibilità di incunearsi nei flussi – più che nei ritmi- della condizione esistenziale attuale con una forma d arte tradizionale inevitabilmente causa una impasse. La proposta del gruppo è di riprogrammare l’ arte negli spazi e nei tempi che la condizione individuale della frammentazione – l’ individuo nel parcheggio del supermercato è il nuovo referente- impone. Prima di tutto E’ necessario lavorare in team ed il gruppo viene depotenziato della carica politica e leaderistica del collettivo che ancora presupponeva la singolaritò degli individui ed una dimensione unitaria dell io. Username con la sua proposta, da un lato lavorerà come agenzia per offrire servizi all’ arte, dall altro attiverà collaborazioni e dibattiti promuovendo il processo e la messa a margine del risultato come una strategia alternativa per realizzare esperienze che si situino proprio nella marginalità dell’ esperienza quotidiana di ognuno.

Username è in  Via Tarsia 3, Napoli

Link Utili: Username

Aperitivo Illustrato, premio d’Arte internazionale

12 luglio 2010

PREMIO D’ARTE INTERNAZIONALE
APERITIVO ILLUSTRATO 2010/II EDIZIONE

La Costante è il Percorso.
Dal Rinascimento all’Arte Contemporanea

il mondo è poco.

Rosso Rinascimento. Nero Rinascimento. Verde, blu e giallo.

Tutti i colori possono ricordarci il Rinascimento italiano.

Tutti i colori per uno “splendido fiore sbocciato in mezzo al deserto”, queste

le parole di Carl Jacob Burckhardt, che così definisce il Rinascimento italiano.

La serietà dell’applicazione del metodo che intuiscono i grandi del Rinascimento, per citarne alcuni Leonardo, Raffaello, Della Francesca,

è impressionante quanto oggi sia attuale e contemporanea.

Si noti che ho detto i grandi, omettendo volutamente la parola artisti,

poiché essi non eccelsero solo nella grande materia della creatività,

ma bensì nella scienza, nella matematica, nel pensiero.

Il grande binomio su cui riflettere è scienza ed arte.

Il pensiero nel Rinascimento cambia: se l’oggetto e la stessa committenza sono astratti, con l’ingresso della prospettiva rinascimentale,

della meccanica, del sistema scientifico, della disciplina medica, la visione dell’artista diventa idea cosciente e come tale è foriera di nuove frontiere.

Al punto che il pensiero si sposta nello spazio e nel tempo e il Soggetto dell’artista si muove da un’entità all’altra, alla ricerca dell’oggetto più importante da decodificare, da comprendere, da interpretare: Se stesso.

E l’Arte diventa concettuale.Il bando di quest’anno vuole porre l’accento sull’introspezione e sulla ricerca che l’artista compie, che è il principio stesso dell’Arte contemporanea (La costante è il percorso). Il Rinascimento vuole ricordare che ordine e metodo possono essere intesi come creatività, se concepiti come strumenti (Dal Rinascimento all’Arte Contemporanea).

Links Utili: La costante è il percorso

Scarica il bando

TUTT’ ‘E COSE

12 luglio 2010

Intervista con James Brett, colui che ha fondato e dirige il Museo di tutte le cosein quel di Londra. 1.000 metri quadri per 200 opere. Il filo rosso? La cosiddetta “outsider art”. Ora in mostra a Torino.

“Ti dirò un segreto: se chiami un luogo museo, finirà per esserlo. Se parli di qualcosa come fosse reale, lo diventerà”. The Museum of Everything: un tempo caseificio, poi studio di registrazione, ora “museo di tutte le cose”. 1.000 mq suppergiù, oltre 200 opere ad abitarli, tutte o quasi di artisti che artisti consapevolmente non sono.

È l’unico spazio espositivo pubblico – a Londra come nel mondo – interamente dedicato all’outsider art, produzione marginale, autodidatta, non convenzionale, che poco condivide con i circuiti creativi e distributivi dell’arte mainstream. La quale, “per fare un’analogia, è molto più vicina al teatro amatoriale che al recitare. Una compagnia amatoriale si educa, perfeziona ed esibisce dichiaratamente in funzione di un pubblico; la recitazione pura è altra cosa, è espressione urgente e spontanea di un bisogno di comunicare. Prescinde da qualunque corso serale di teatro. Si fa di pancia, e basta”.

A parlare è James Brett, fondatore e deus ex machina del progetto The Museum of Everything, creatura museale tanto naïf quanto drastica nel dare nuova forma alla nozione di museo d’arte contemporanea: “Il punto è che il 90% dei lavori qui esposti non è fatto per il mercato, è fatto perché doveva essere fatto. L’artista migliore fa arte perché questa deve essere fatta.Non so come funzioni in Italia, ma qui a Londra l’artista è estremamente conscio della propria audience e il dialogo con il mercato è parte integrante dell’arte che produce. Damien Hirst, i fratelli Chapman, Tracey Emin, tutti loro hanno una conversazione diretta con chiunque si confronti con il loro lavoro; niente di più remoto per gli artisti in mostra al Museum”.

Tutto questo ha inizio anni or sono con l’acquisto accidentale di alcuniartwork – non proprio esemplari d’arte contemporanea – destinati alla collezione privata di Brett, cui rinomatamente “non piace mai niente”. Lentamente prende forma l’idea di farne materiale d’esposizione per un pubblico più ampio.

Precipitosamente il concept diviene sostanza: tre mesi concludono l’allestimento. Due le ragioni. L’arte contemporanea avrebbe altre sembianze se, tanto sfacciata, non avesse attinto a opere e motivi di detta secret art: le bambole eroticamente mozzate di Cindy Sherman rendono grazie alle ceramiche di Morton Bartlett, che fu scultore, sarto e ritrattista del suo immaginario familiare privato, popolato da mannequin in pre-adolescenza. Altrettanta devozione professano gli acquerelli di Marcel Dzama per ifairytale pastello di Henry Darger.

E la gente dovrebbe saperlo: “Molti dei lavori selezionati – poco rintracciabili altrove – sono parte di una categoria disomogenea rispetto a quella canonica di arte contemporanea, e questo fa sì che se ne sia diffusamente all’oscuro. Perciò il Museum vuol essere primariamente un concetto, costruito sull’idea che qualunque cosa possa essere inclusa ed esibita nell’ambito di una crociata di eliminazione delle categorie tradizionali d’appartenenza artistica”.

A tale scopo la convenzione con Frieze Art Fair 2009 e il richiamo all’ordine di curatori inconsueti: “Volendo congiungere il progetto al mercato d’arte contemporanea, ho chiesto ad artisti e addetti ai lavori che ne compongono le fila di valutare la collezione e spenderci due parole”.

Così, su lapidario suggerimento di Ed Ruscha e Nick Cave e Arnulf Raineret similia sono accorse 25mila persone in tre mesi, 25mila avventori che assalgono voraci una exhibition fatta di artisti universalmente sconosciuti. O quasi. Tutti selezionati con un criterio stentatamente machiavellico: “Semplicemente perché ci piacciono. E nonostante alcuni non siano certo tra i miei preferiti, c’è qualcosa di eccezionale che li riguarda. È sempre stata ferma la volontà di includere uno o due artisti più rinomati – è il caso di Darger – purché fossero discreti nell’integrarsi in un group show organico, compatto, idealmente anonimo”.

Autoritratti di ingenuità guerrafondaia, mementi di tragedie, Myrninerest lo spirito guida, ex-mogli promiscue da disegnare, numeri e ancora numeri. Parafrasando: gli artisti Alexander Lobanov, George Widener, Madge Gill, Alfred Jensen, Prophet Royal Robertson, altri e altri ancora.

James Brett ha origini da regista, parla di amore senza senno per l’Art Brut diCarlo Zinelli e governa il Museum “come se fosse un film: i momenti strutturali essenziali sono inizio ed epilogo, sicché il percorso fisico dell’esposizione preleva il pubblico, lo conduce altrove e infine lo restituisce a se stesso”. Oppure al minuscolo bookshop, ove campeggiano cataloghi e feticci-opera di Marc Jacobs a favore del Creative Growth Centre di Berkeley.

The Museum of Everything ora s’è messo in viaggio, per un iter di presentazioni europee in via di definizione e che in Italia, a Torino, ha ricevuto battesimo: la Pinacoteca Agnelli dà alloggio all’exhibition londinese, “perché sai, prima di avviare un progetto se ne valuta il potenziale riscontro; ebbene, ogni nostra verosimile attesa stata travolta. La Pinacoteca aveva già manifestato interesse a esportare lo show in precedenza, quando l’idea di renderlo itinerante sembrava ancora mancare di concretezza. Adesso perché esitare?”.

Brett confessa un amore datato 2007 per l’istituzione torinese. A muoverlo il vernissage della rassegna Why Africa?: “Ero impressionato dalle scelte espositive, impressionato dalla collezione permanente, impressionato da chi ne era artefice. La mostra e il suo contesto mi hanno scortato a lungo, tanto da aver sempre immaginato che se il Museum fosse andato all’estero, è qui che avrebbe per primo albergato”.

E poi l’Italia di queste cose è povera, la tradizione è un’ingombrante signora e ai dettami di un’arte severa James Brett obietta: “Le cose migliori sono quelle che generano libertà. Al Museum ho preteso che non vigesse alcuna regola, affinché il pubblico si privasse di ogni vizio prospettico o valutativo; la stessa ambizione avrà la Pinacoteca, nonostante la struttura formale dell’exhibition muterà parzialmente in relazione alle necessità del luogo”.

Se a Londra lo spazio espositivo preesistente ha sillabato autorevolmente su cosa fare delle opere, a governare Torino è invece la piena autonomia di costruirne integralmente uno. Purché riesca nell’intento: “Il ciclo vitale culturale e sociale in cui l’umanità si trova sta approdando a un momento storico in cui la gente per delle mere idee non spende più. Credo che il regno dell’arte concettuale stia disperdendosi. E credo che, fiduciosamente, ci stiamo avviando verso qualcosa di più emotivo: l’arte che il Museum propone è un feroce vettore di emozioni, tanto che il pubblico in visita ci congeda sorridendo. La ragione per cui voglio che la gente conosca questi lavori è che tutti possono realizzarli. L’arte non è riservata a chi la produce, è creatività ed espressione, la maniera più valida e vitale di manifestarsi: dunque non è questione di volersi ascrivere dal macrocosmo commerciale, è tutto l’intento a differire. Questa arte è fatta privatamente, per se stessi nella forma di diario. Per nessun altro. E questa è l’arte che mi piace, dove troneggiano anonimato e scoperta, i cui artisti muoiono in sordina o spesso vivono nella disabilità fisica e mentale. La domanda è: sanno di stare creando un’opera d’arte? E qui le cose si complicano”.

Qui le cose si complicano, in effetti.

Fonte: Exibart

Link utili: Museum Of Everything Pinacoteca Agnelli


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: